C’è un paradosso curioso nella nostra epoca: più parliamo di “successo”, più sembriamo incapaci di guardare davvero noi stessi.
Abbiamo trasformato l’autovalutazione in autopromozione, e l’autocritica in un gesto sospetto, quasi indecoroso. Eppure, le culture che hanno attraversato i secoli con maggiore lucidità ci ricordano qualcosa di semplice e disarmante:
“Guarda gli errori degli altri e correggi i tuoi.”
Non per giudicare.
Non per sentirsi superiori.
Ma per ricordarsi che l’errore è un maestro, mentre il vanto è solo un rumore di fondo.
In un mondo che misura il valore attraverso parametri obsoleti — visibilità, performance, narrazioni di eccellenza — continuiamo a ripeterci che “siamo i migliori”, come se fosse un mantra protettivo.
E così facendo, smarriamo l’unica domanda che davvero apre possibilità nuove:
“Dove stiamo sbagliando?”
Riconoscere i propri errori non è un atto di debolezza.
È un gesto di maturità epistemica.
È il primo passo verso una conoscenza che non serve a impressionare, ma a comprendere.
Forse è tempo di tornare a un’etica più antica e più onesta: meno autocelebrazione, più responsabilità; meno storytelling, più realtà operativa; meno “successo”, più verità.
C’è poi un altro aspetto che merita attenzione.
Sui social professionali, molti intellettuali denunciano — spesso con toni sprezzanti — la superficialità altrui: chi legge solo i titoli, chi commenta senza capire, chi giudica per convenienza.
Eppure, questa indignazione rischia di diventare essa stessa una forma di superficialità: un esercizio di superiorità morale che non genera conoscenza, ma distanza.
Quando la critica serve più a rafforzare un’identità che a migliorare una conversazione, anche la competenza diventa marketing.
E l’etica della conoscenza si dissolve in un gioco di specchi.
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