il rituale della colpa
Ogni tragedia scatena lo stesso meccanismo: media, politica e opinione pubblica cercano un colpevole da esibire. Individuarlo dà l’illusione di aver risolto il problema, o almeno di averlo circoscritto.
La scorciatoia emotiva della responsabilità individuale
Viviamo in società che si definiscono moderne, ma reagiscono alla complessità in modo primitivo: riducendo tutto a una colpa personale. È un sollievo psicologico che evita la domanda più scomoda: che parte abbiamo avuto noi nel creare il contesto che rende possibili certi eventi?
Giovani, modelli culturali e responsabilità diffuse
Quando si parla di comportamenti estremi o autodistruttivi dei giovani, la narrazione cerca sempre il gesto isolato. Raramente si guarda ai modelli che proponiamo:
- cultura dell’eccesso
- visibilità a ogni costo
- competizione permanente
Pubblicità, marketing e comunicazione non vengono mai chiamati in causa, pur contribuendo a un immaginario che spinge oltre il limite.
Il colpevole straniero: una semplificazione rassicurante
Quando il responsabile è “l’altro”, la storia si semplifica ulteriormente. “Noi” restiamo innocenti, “loro” sono il problema. È una distinzione comoda che evita qualsiasi autocritica.
La stessa logica su scala internazionale
Anche tra Stati il meccanismo è identico: ogni parte si ritiene dalla parte giusta, legittimata dalla storia, dalla morale o persino da un’autorità superiore. Il dio degli eserciti, si sa, è sempre schierato correttamente… secondo chi parla.
Perché questa ossessione è pericolosa
Trasformare ogni tragedia in una caccia al colpevole impedisce di capire davvero ciò che accade.
- Oscura i meccanismi collettivi
- Nasconde le responsabilità diffuse
- Evita di interrogarsi sulle scelte culturali che precedono i singoli gesti
Le responsabilità individuali esistono, ma fermarsi lì è troppo poco: è una soluzione apparente che ci fa sentire migliori senza renderci più consapevoli.
La domanda che non vogliamo fare
Forse il vero passo avanti sarebbe smettere di chiederci “chi ha sbagliato?” e iniziare a chiederci:
“che cosa, come società, continuiamo a non voler vedere?”
È una domanda meno comoda, ma molto più utile.
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