individuando il colpevole e le responsabilità.
Ogni volta che accade una tragedia – un disastro, un fatto di cronaca violento, una perdita di vite umane – ho la sensazione di assistere sempre allo stesso rituale. Cambiano i luoghi, cambiano i nomi, ma il meccanismo resta identico: bisogna trovare al più presto un colpevole.
I media lo cercano, la politica lo indica, l’opinione pubblica lo aspetta quasi con sollievo. Una volta individuato, tutto sembra andare a posto. C’è un responsabile, quindi il problema è risolto. O almeno così ci raccontiamo.
Viviamo in società che amano definirsi moderne, avanzate, tecnologiche. Eppure, di fronte alla complessità, reagiamo in modo sorprendentemente primitivo: riduciamo tutto a una colpa individuale. È una scorciatoia emotiva potente, perché ci solleva da una domanda molto più scomoda: che parte abbiamo avuto, tutti noi, nel creare il contesto in cui certe cose diventano possibili?
Quando si parla di giovani, di comportamenti estremi, di scelte autodistruttive, la narrazione è sempre la stessa. Si cerca il singolo responsabile, il gesto isolato, l’errore fatale. Raramente ci fermiamo a riflettere sui modelli che proponiamo ogni giorno: la cultura dell’eccesso, della visibilità a ogni costo, della competizione permanente. Pubblicità, marketing, comunicazione non sono mai imputati, eppure contribuiscono a costruire un immaginario che spinge verso il rischio e la perdita di senso del limite.
Il meccanismo diventa ancora più evidente – e a tratti grottesco – quando il colpevole è uno straniero. In quel caso la storia si semplifica ulteriormente: “noi” restiamo dalla parte giusta, “l’altro” diventa il problema. Una distinzione comoda, rassicurante, che evita qualsiasi autocritica. Come se l’appartenenza bastasse a garantire l’innocenza.
Questa stessa logica la ritroviamo, ingigantita, sul piano internazionale. Anche lì funziona allo stesso modo: noi siamo i giusti, gli altri sbagliano e vanno puniti. Ogni parte è convinta di avere dalla propria parte la storia, la morale, talvolta persino una legittimazione superiore. Il dio degli eserciti, in fondo, è sempre schierato correttamente… almeno secondo chi parla.
Il problema è che questo modo di ragionare è pericoloso. Perché ci impedisce di capire davvero ciò che accade. Trasformare ogni tragedia in una caccia al colpevole significa rinunciare a interrogarsi sui meccanismi collettivi, sulle responsabilità diffuse, sulle scelte culturali che precedono i singoli gesti.
Non sto dicendo che le responsabilità individuali non esistano o non vadano perseguite. Ma fermarsi lì è troppo poco. È una soluzione apparente, che ci fa sentire migliori senza renderci più consapevoli.
Forse il vero passo avanti sarebbe smettere di chiederci solo “chi ha sbagliato” e iniziare a chiederci “che cosa, come società, continuiamo a non voler vedere”. È una domanda meno comoda, ma probabilmente molto più utile.
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