Sappiamo bene che negli ultimi 3 secoli la capacità dell’uomo di comprendere, interferire e successivamente intervenire sui fenomeni naturali è progressivamente aumentata, parallelamente allo sviluppo industriale, tecnologico e scientifico. A fronte di un aumento progressivo delle sue capacità di conoscenza, che ha ormai raggiunto un andamento esponenziale con l’avvento della cosiddetta Intelligenza Artificiale, l’uomo nella sua struttura fisica e cerebrale è rimasto praticamente identico ai suoi progenitori di 10.000 anni orsono. L’evoluzione naturale avviene in tempi lunghissimi ed il nostro cervello più che dalla scienza, che pure è stato in grado di sviluppare, si lascia ancora condizionare dalle spinte evolutive primarie, assolutamente inadeguate a controllare la dirompente azione che il “progresso” esercita sull’ecosistema e sulle relazioni umane.

È ormai considerato ineluttabile, ed in rapido avvicinamento, un “punto di discontinuità” nello sviluppo della nostra civiltà tecnologica. Se non vogliamo lasciare ad “altre entità” definire nuovi principi e valori dovremmo seriamente prepararci ad un punto di discontinuità anche nelle relazioni umane. Come il trapezista dovremmo prepararci ad abbandonare il supporto che ci ha portati lontano dal punto di partenza, ma ha ormai esaurito la sua spinta ed inesorabilmente ci riporterebbe indietro. Con una manovra certamente estranea al nostro istinto e non priva di rischi, dovremmo compiere una “evoluzione” ed agganciare il nuovo supporto, quello della conoscenza, per proseguire il volo e raggiungere un nuovo punto di approdo.

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