“…. Così egli ha abolito la legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in sé stesso, dei due, un solo uomo nuovo … “ (dalla Lettera di Paolo apostolo agli Efesini Ef 2, 13-22)

«Mi ha colpito questa frase antica: “…per creare in sé stesso, dei due, un solo uomo nuovo…”.
Non parla, ovviamente, di tecnologia, il contesto è diverso, eppure descrive esattamente la sfida che stiamo vivendo oggi: trasformare la frattura tra umano e digitale in una nuova forma di collaborazione, capace di superare prescrizioni, rigidità e vecchie logiche di potere.
Non è l’IA a creare l’“uomo nuovo”.
Siamo noi, ogni giorno, quando scegliamo di usare l’innovazione per unire invece che dividere, per chiarire invece che complicare, per rendere il lavoro più trasparente invece che più opaco.»
Ci vogliamo provare?
Non capisco il concetto proposto.
L’IA non è un’entità senziente con cui interagire ma uno strumento creato dall’uomo e da noi utilizzato.
Certo, occorre essere formati per saper come usare il nostro discernimento per interpretare le sue “risposte”, che altro non sono se non risultati di equazioni molto complesse. Queste dipendono da come tali equazioni vengono impostate e scritte, non da un ragionamento con cui “adattarsi”. Sarebbe un po’ come volersi adattare alla convivenza con una calcolatrice. Non toglie ne aggiunge nulla alla nostra umanità, a meno che siamo noi scientemente (o meno) a farlo per pigrizia o ignoranza.
Ciao Luca, grazie per il tuo intervento — è un punto importante e merita una distinzione chiara.
Sono d’accordo con te su un aspetto fondamentale: l’IA non è un’entità senziente, né un soggetto morale. È uno strumento, costruito dall’uomo, basato su modelli matematici complessi. Non “pensa” e non “vuole”.
Il mio post non intendeva attribuirle alcuna forma di coscienza.
Il riferimento al “nuovo umano” non riguarda infatti l’IA in sé, ma “il modo in cui noi esseri umani cambiamo quando interagiamo con strumenti che ampliano , o talvolta sostituiscono, parti del nostro processo cognitivo.
Non è la tecnologia a trasformarci: siamo noi a trasformarci *nel modo in cui la usiamo*.
In questo senso, la metafora non è quella della “convivenza con una calcolatrice”, perché la calcolatrice non interviene nei nostri processi linguistici, decisionali, relazionali o informativi.
L’IA generativa invece sì:
– modifica come cerchiamo informazioni
– come produciamo contenuti
– come prendiamo decisioni
– come collaboriamo
– come interpretiamo ciò che leggiamo
Non perché sia senziente, ma perché “si inserisce nei nostri processi cognitivi” e questo inevitabilmente ci cambia, nel bene o nel male, a seconda di come la usiamo.
Il “nuovo umano” non è un essere potenziato, ma un essere che deve ripensare il proprio rapporto con conoscenza, responsabilità e discernimento in un contesto dove la produzione di contenuti non è più esclusivamente umana.
Grazie ancora per lo stimolo: è proprio da queste domande che nasce un’etica della conoscenza all’altezza del nostro tempo.
P.S. Chi ha risposto a chi?
Grazie d’aver risposto. Il tema resta tuttavia lo stesso. Quando andavo a scuola io, la calcolatrice era vietatissima!
”Se non imparate a fare di conto senza, ne diventerete dipendenti. E cosa farete quando si scaricano le batterie?”
…
Qualche anno dopo il tema si è riproposto con i computer…e poi con Internet e le ricerche su Google che hanno sostituito le enciclopedie.
La gente non è diventata analfabeta perché ha smesso di leggere in formato cartaceo: si è adattata, istruita, e proseguito ad essere quello che era, magari sostituendo il callo dello scrittore con la cervicale ed il tunnel carpale (ogni riferimento a fatti e persone realmente esistiti……. Beh, lo sai!)
Certo, ci sono “fannulloni” che si spacciano per eruditi perché gli basta fare una ricerca su Google (o chiedono a ChatCPT) per saper cosa dire. Niente di nuovo a dire il vero: prima c’erano gli opinionisti della domenica che l’enciclopedia non l’hanno mai aperta (pur avendola) ma che ripetevano l’editoriale della Gazzetta dello Sport (o simili) spacciandolo per pensiero proprio.
Non è la tecnologia a cambiarci. Semmai sono le evoluzioni tecnologiche a mettere in luce (per un po’) i “fannulloni”, finché tutti, anche loro, si adattano al nuovo strumento.