Non siamo più davanti a notizie che nascondono qualcosa o che non contengono abbastanza. Siamo davanti a notizie che non poggiano su nulla: nessun metodo dichiarato, nessuna verifica tracciabile, nessuna filiera visibile.
La notizia diventa così un manufatto privo di fondamenta: regge finché nessuno la tocca, crolla appena la si interroga.
In un ecosistema del genere, l’asimmetria informativa non è un incidente: è una conseguenza inevitabile. Perché quando sotto la notizia non c’è terreno, anche la decisione che la usa come base diventa instabile.
L’etica della conoscenza non può più limitarsi a chiedere “cosa dice la notizia?”. Deve chiedere: su cosa poggia? Quale metodo, quale responsabilità, quale trasparenza strutturale?
Finché non risponderemo a questa domanda, continueremo a costruire opinioni su un terreno che non c’è.
Claudio Fracassi lo aveva scritto trent’anni fa, in un libro, dedicato a Ilaria Alpi, che oggi sembra profetico:
“dalle bugie nella guerra di Crimea a quelle nella ex Jugoslavia, da Reagan a Berlusconi, dal telegrafo meccanico alla realtà virtuale”.
La tecnologia cambia, la struttura del vuoto no.

Riporto un breve brano dal libro di Fracassi, a pag. 97, che ritengo ancora di grande attualità:
“il ruolo degli intellettuali e dell’informazione era stato efficacemente definito dal presidente Eisenhower nel 1953: “la lotta nella quale la libertà è oggi impegnata è letteralmente una lotta totale e universale… È una lotta politica… È una lotta scientifica… È una lotta intellettuale… È una lotta spirituale…Perché la posta di questa lotta totale, nel suo senso più profondo, non è né il suolo, né il cibo, né il potere, bensì l’anima stessa dell’uomo”