Questo post nasce da un dialogo con la mia “assistente digitale”. (Ho scelto di usare questa definizione per sottolineare la natura collaborativa, non automatica, del pensiero che ne è scaturito).
Un dialogo che mi ha ricordato che osservare i social dall’interno non è una contraddizione, ma un esercizio di lucidità.

Non sono i social a essere degradati. Siamo noi.
I social sono solo lo specchio che non abbiamo il coraggio di guardare.
Ad esempio LinkedIn, che doveva essere la piazza professionale, è diventato un teatro di micro‑vanità:
attestati esibiti come santini digitali, autocelebrazioni travestite da “condivisioni di percorso”, post motivazionali clonati, sorrisi obbligatori da team building, annunci trionfali di ogni minima variazione di carriera. Per non parlare dell’abuso di inglesismi (nelle pagine italiane).
Ma non è LinkedIn il problema.
È la nostra ansia di esistere attraverso un algoritmo.
Gli algoritmi potrebbero premiare la qualità, la profondità, la cultura.
Tecnicamente potrebbero farlo domani mattina, anche utilizzando la cosiddetta IA.
Semplicemente non conviene.
La complessità non genera click.
La riflessione non trattiene l’utente.
La cultura non monetizza.
E così i social diventano l’acquario perfetto della nostra economia dell’attenzione:
tutto ciò che è profondo affonda, tutto ciò che è superficiale galleggia.
Qualcuno potrebbe chiedermi:
“Ma allora perché scrivi queste cose? Non è una contraddizione?”
No. Perché non scrivo per sottrarmi ai social, ma per osservarli da dentro.
Un antropologo non studia la tribù da lontano: ci vive in mezzo.
Non cerco follower. Cerco lettori. Che è un’altra specie.
E forse, in questo piccolo angolo di rete, possiamo ancora permetterci il lusso di pensare senza doverci vendere.
Missionari o visionari?
Forse entrambe le cose.
O forse semplicemente osservatori non scoraggiati.
Secondo un’analisi basata sui dati globali, i contenuti realmente professionali e di approfondimento su LinkedIn sono in aumento, ma restano comunque una minoranza: meno del 10% del totale. Il resto è dominato da post personali, autocelebrativi o motivazionali, amplificati dall’algoritmo perché generano interazioni rapide.
Quindi no: questo post non nasce da una visione distorta o da un pregiudizio, ma da una lettura onesta delle dinamiche della piattaforma.