Ritrovare la retta via prima di pretendere le stelle
Nel mezzo del cammin di questo secolo, ci siamo ritrovati, ancora una volta, in una selva oscura.
Non fatta di alberi, ma di rumore, di accelerazioni senza direzione, di priorità smarrite.

Abbiamo smarrito anche noi la “retta via”. Ma quale? Dante lo dice con una semplicità che brucia:
“Ah quanto a dir qual era è cosa dura.”
Anche oggi, è difficile descrivere la confusione contemporanea senza cadere nella caricatura.
Ma la sostanza è chiara: ci siamo persi.
Abbiamo umanoidi con carta d’identità, droni che sorvolano ogni gesto, sistemi che decidono prima che noi pensiamo.
Abbiamo semplificazioni tecniche che generano complicazioni cognitive.
Abbiamo strumenti potentissimi e fini sempre più opachi, almeno per i più.
Ma anche presidenti e amministratori che continuano a farsi immortalare mentre tagliano il nastro sorridendo ..
La nostra selva non è un incidente: è un ecosistema di disorientamento.
La retta via non è nostalgia: è progetto
Dante ritrova la strada quando riconosce di averla smarrita.
Noi, invece, fingiamo di essere ancora sulla mappa.
La retta via del 2026 non è un ritorno all’ordine, né un’idealizzazione del passato.
È una scelta di priorità nuove, finalmente esplicite.
Uscire dall’inferno richiede disciplina, non velocità
Dante non esce dall’inferno correndo.
Esce riconoscendo, ordinando, scegliendo.
La nostra sfida è identica:
non inseguire il futuro come un destino, ma costruire l’avvenire come un progetto.
Ritrovare la retta via significa ristabilire una gerarchia di senso, prima ancora che di mezzi. Questo vale dalla piccola comunità, all’ordine professionale, fino all’amministrazione centrale e sovranazionale.
Solo allora, forse, potremo tornare davvero
a riveder le stelle.
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