Preferiamo una menzogna ben confezionata a una verità scomoda.
C’è una leggenda ottocentesca che racconta un fatto semplice: la Verità e la Menzogna fanno il bagno insieme. La Menzogna esce dall’acqua, ruba i vestiti della Verità e scappa. La Verità, nuda, prova a farsi vedere dal mondo. Il mondo distoglie lo sguardo, scandalizzato. Così la Verità torna nel pozzo, mentre la Menzogna continua a viaggiare vestita da Verità, applaudita e accolta.

Non è una favola morale. È un’analisi sociale.
La verità nuda è scomoda: non concede alibi, non offre consolazioni, non si adatta ai desideri del pubblico. La menzogna ben vestita, invece, è funzionale: rassicura, semplifica, conferma ciò che vogliamo credere. Per questo prospera.
Viviamo in un’epoca in cui la menzogna non si presenta mai come tale: si traveste da “dato”, da “narrazione”, da “interpretazione”, da “buon senso”. E spesso trova un pubblico pronto ad accoglierla, purché non disturbi l’ordine emotivo delle cose.
La verità, quando appare senza ornamenti, viene percepita come aggressiva, inopportuna, eccessiva. Non perché sia violenta, ma perché è responsabilizzante.
Il punto non è morale. È strutturale.
Preferiamo una menzogna ben confezionata a una verità che ci obbliga a cambiare.
Eppure, senza la verità nuda — quella che non si traveste, non si adatta, non si trucca — nessuna società può dirsi adulta. La maturità collettiva comincia quando smettiamo di indignarci davanti alla verità e iniziamo a riconoscerla, anche quando non ci somiglia.
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