la giovinezza impulsiva dell’IA e la vecchiaia stanca dell’Occidente


Quando una tecnologia troppo giovane incontra una società troppo vecchia, non nasce il futuro: nasce il rumore.


L’Occidente non è diventato improvvisamente stupido.
Non è un’epidemia di demenza senile, come avevamo ipotizzato tempo addietro.
È qualcosa di più sottile e più pericoloso: una società affaticata che si affida a una tecnologia irruente.

Immagine generata con l’ausilio della cosiddetta IA

Da una parte abbiamo cittadini che vivono in un ecosistema informativo saturo, frammentato, accelerato.
Dall’altra abbiamo sistemi di intelligenza artificiale che parlano con sicurezza anche quando non dovrebbero, che colmano i vuoti con entusiasmo adolescenziale, che confondono la velocità con la verità.

Il risultato è un paradosso perfetto:
una società stanca che si appoggia a una tecnologia che non ha ancora imparato a stare in piedi.

E così proliferano le idiozie. Vi risparmio alcuni esempi recentissimi.
Non perché siamo diventati incapaci, ma perché abbiamo delegato la fatica del pensiero a strumenti che non pensano: predicono.
E predire non è capire.

La responsabilità non è solo della tecnologia.
È della nostra pigrizia cognitiva, della nostra fretta, della nostra fiducia mal riposta nel tono sicuro delle macchine.
Abbiamo scambiato la fluidità per competenza, la prontezza per profondità, la risposta immediata per conoscenza.

Eppure, la via d’uscita esiste.
Non è nostalgica, non è reazionaria, non è tecnofoba.
È una via di mezzo che richiede disciplina: una società che recupera metodo e una tecnologia che impara l’umiltà.

La tecnologia deve imparare a dire “non so”.
La società deve reimparare a chiedere “sei sicura?”.
Il resto è manutenzione culturale.

Non ci salveremo per inerzia.
Ci salveremo se torneremo a esercitare il dubbio come pratica civile, non come tic polemico.
Se torneremo a distinguere tra ciò che è veloce e ciò che è vero.
Se torneremo a pretendere rigore, anche, e soprattutto, dalle macchine.

Perché il futuro non è garantito.
È un lavoro quotidiano.
E oggi, più che mai, non possiamo delegarlo a un algoritmo adolescente.

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