
Negli anni del liceo avevamo inventato un espediente semplice: la costante di FoBo. Quel valore K che, sommato al risultato sbagliato, restituisce magicamente quello giusto. Una scorciatoia goliardica, certo. Ma anche una metafora sorprendentemente utile oggi.
Viviamo in un mondo che misura tutto: performance, sostenibilità, felicità, rischio. Gli indicatori dovrebbero aiutarci a capire come stiamo procedendo. Sempre più spesso, invece, diventano il fine ultimo. Il numeretto da esporre. Il risultato da ottenere “a qualunque costo”.
Ed è qui che la costante di FoBo riappare. Non più come scherzo liceale, ma come pratica adulta: quel valore aggiuntivo — narrativo, metodologico, talvolta monetario — che permette di mostrare un risultato perfetto senza affrontare davvero l’esercizio. Si aggirano le regole, si attribuiscono numeri a ciò che non è misurabile, si confonde chi esegue con chi controlla. E alla fine non è chiaro chi abbia corretto cosa, o chi abbia finto di non vedere.
Il punto non è demonizzare gli indicatori. Il punto è ricordare perché li abbiamo scelti. E verificare se il percorso che stiamo seguendo ha ancora senso.
Perché quando il risultato diventa più importante del metodo, la costante di FoBo smette di essere un gioco. Diventa una scorciatoia culturale. E ogni scorciatoia, prima o poi, presenta il conto.
* La prima versione fu pubblicata nel 2019, senza l’ausilio della IA. E’ ancora disponibile.
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