The long and winding road.
L’altro giorno, guardando la registrazione di un concerto rock del 2005, mi ha sorpreso una scritta in lingua inglese

Da vent’anni diciamo “From Charity to Justice”. Ma siamo davvero partiti?
Negli ultimi vent’anni abbiamo imparato e discusso molto sulla charity. Sappiamo raccogliere fondi. Sappiamo organizzare interventi. Sappiamo alleviare sofferenze. Sappiamo mobilitare persone e risorse.
Tutto questo conta. E a volte salva vite. Ma sulla justice? Se siamo onesti, dobbiamo riconoscere che il bilancio è meno chiaro. La carità è misurabile. La giustzia, prima ancora di essere misurata, deve essere definita.
Che cosa significa una società più giusta? Quali cause producono le ingiustizie che osserviamo? Quali indicatori ci direbbero che stiamo procedendo nella direzione giusta?
Su queste domande il consenso è molto più debole. Forse per questo il passaggio dalla charity alla justice non è ancora avvenuto. Forse non è nemmeno iniziato davvero.
Abbiamo continuato a intervenire sui sintomi, mentre discutevamo sulle cause. Abbiamo affinato gli strumenti dell’assistenza più rapidamente degli strumenti della comprensione.
E oggi, mentre in molti ambiti riaffiorano vecchie divisioni, vecchi nazionalismi e vecchie disuguaglianze, emerge una domanda scomoda:
E se la giustizia planetaria fosse ancora un progetto da definire prima ancora che da realizzare?
Qualcuno considererà ingenua questa domanda. Se ne parla da almeno duemila anni. È un rischio che vale la pena correre.
Perché senza una definizione condivisa della meta, senza indicatori osservabili e senza priorità esplicite, anche noi occidentali, continueremo a discutere della giustizia come di una destinazione, senza nemmeno avere una mappa.
La charity allevia il dolore del presente. La justice dovrebbe ridurre le cause del dolore futuro.
Forse il compito dei volenterosi, oggi, non è proclamare la giustizia. È iniziare a definirla.
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